sabato 30 dicembre 2017

Il mio nome è Franca …… e salvo vite!


È vero. Lo confermo. A volte l’ho sentita presentarsi in questo modo. Ma subito dopo lei stessa si metteva a ridere per dissolvere quella perplessità che compariva sul volto del suo interlocutore. Insomma: era un modo per prendere in giro e per prendersi in giro. Ma a pensarci bene non è mica falso quello che Franca dice quando parla della sua professione. È veramente quello il suo mestiere.
Quando si lavora in terapia intensiva e soprattutto in una terapia intensiva neonatale è quello che sei chiamato a fare: salvare piccole vite. Anzi a volte succede proprio che sei chiamato a darla la vita. Può succedere che ti trovi in quelle situazioni in cui hai di fronte un cuore che non batte. Che non ha mai battuto dal momento in cui ha lasciato l’utero materno e si è presentato alla vita. O almeno a quello che quel cuore immaginava fosse la vita che invece non potrebbe mai partire senza un aiuto esterno che solo pochi professionisti riescono a dare.
Non è comunque di un autoincensamento la cosa di cui volevo parlarvi. Anzi, conoscendo Franca non sono neanche convinto che a lei faccia piacere quanto stia scrivendo. Non è questione di falsa modestia. Lei si è sempre considerata una persona estremamente competente nel suo lavoro. Ma, appunto, si tratta del suo lavoro. Perché in fondo lei salva vite.
Volevo parlarvi di un salvataggio che a me ha fatto pensare altre cose; ha fatto provare sensazioni forti legate ad un evento straordinario che qualcuno definisce miracolo ma che molto spesso non è altro che applicazione della propria professionalità, della propria esperienza e, perché no, della propria testardaggine.
Non credo nei miracoli e per qualcuno ciò è indice di eresia. Forse sono troppo fatalista ma ho sempre immaginato che le cose capitino. Sono anche sempre stato convinto che possiamo fare molto perché certe situazioni si presentino. Insomma, sta a noi spesso trasformare un’opportunità in un caso reale. Un’opportunità può essere un’occasione e un’occasione può diventare una storia che qualcuno può definire miracolo.
Ma non è di miracoli che volevo parlarvi. Volevo raccontarvi di un insegnamento che ho ricevuto da Franca. Uno dei tanti. Me lo ha regalato poche sere fa.
Cerco di contestualizzare il tutto anche se per giuste ragioni di privacy non potrò essere preciso nell’indicazione di nomi ed eventi che potrebbero intaccare la suscettibilità dei coinvolti.
Sono a casa da solo. Franca è di turno di notte in ospedale. Ricevo un suo Whatsapp. Riporta una foto. È di una bella bambina di pochi mesi che sorride al fotografo. È un bel sorriso, pieno di vita: insomma una foto che ispira felicità. L’accompagna un messaggio: “Questa è la XXX!! Quella bimba che ho rianimato x 16 minuti. Davvero commovente”. Mi sono ricordato e mi sono commosso anch’io. La storia di XXX me la ricordavo bene. Mi sono ricordato quando Franca mi aveva chiamato al telefono quel giorno in cui mi aveva parlato di questo parto difficile e di questa bambina nata senza battito. Senza battito significa semplicemente una cosa: morta! È in casi come quello che devi sapere cosa dover fare per tentare l’impossibile o almeno quello che a molte persone appare come impossibile. Intervenire. Intervenire subito e mettere in pratica tutta la tua esperienza, quella che ti sei fatta in tanti anni di lavoro, che ti permette di affrontare situazioni adrenaliniche come queste e che possono avere solo due soluzioni molto diverse tra loro: vivere o morire. Sedici minuti possono sembrare pochi. In fondo non sono nemmeno mille secondi. In mille secondi può non succedere nulla ma per qualcuno può significare passare dalla morte alla vita. Mi immagino cosa possa essere passato nella testa di Franca in quei mille secondi: “Ce la fa?”, “Non ce la fa?”, “E cosa potrà venirne fuori? Con quali conseguenze per la sua vita futura?”. Oppure immaginarla estremamente concentrata e determinata a far di nuovo battere quel cuore che non dava segni di voler fare il suo lavoro.
Conoscendola la immagino sempre estremamente cosciente, sicura di quello che stava facendo. Tanto sicura che non si è fermata quando il tempo passava e non riceveva alcun riscontro ai propri sforzi. Non è prassi usuale tentare una rianimazione per sedici minuti su un neonato. A volte ci si arrende prima. Lei invece ha insistito. E ha avuto ragione. Tanto che dopo qualche mese ha ricevuto quella foto dove XXX sorride alla vita e si è potuta sentire orgogliosa del suo lavoro. Come tante altre volte.
Questa potrebbe essere una di quelle storie che si trovano nelle pagine interne di qualche giornale oppure pubblicata su qualche sito web di cronaca locale. Una di quelle storie con il titolo inneggiante al miracolo: “Neonata strappata alla morte!”.
Ma il bello è proprio questo. Non c’è stato alcun titolo. Perché l’insegnamento non era cosa fare per avere un articolo con la tua foto su un giornale. La storia è in quei mille secondi. Quei secondi in cui compi il tuo lavoro e metti a frutto anni e anni di studio, di insegnamenti – dati e ricevuti –, di esercizi, di pratica. Ma soprattutto secondi in cui si deve essere estremamente consapevoli di quello che si è, di quello che si fa e di quello che può succedere. Pochi secondi che sono il frutto di una vita. La testardaggine insomma può anche essere un pregio ma solo se è supportata da una estrema consapevolezza.
Il messaggio che ho ricevuto non è un semplice “volere è potere” in cui non ho mai creduto. Volere è potere solo se si supporta quella voglia con azioni esplicite che favoriscano la trasformazione della nostra volontà nella realizzazione dei propri sogni. Per volere delle cose bisogna soprattutto fare. E a volte quel fare è frutto di anni di lavoro che può essere anche duro. Non basta quindi scrivere sul proprio profilo FacebookNever give up” e aspettare che le cose succedano.
Come ho detto: le cose capitano ma per farle succedere bisogna prepararsi con il lavoro e con la dedizione. Dopo viene la testardaggine, che aiuta ma da sola non serve a molto.
Mi sembra un bell’augurio per questo 2018 che sta arrivando.
Un insegnamento di cui Franca non ha bisogno perché in fondo è il suo lavoro: lei salva vite!

Buon anno a tutti.

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